Hanno chiesto a Mikis Theodorakis che cosa temesse
maggiormente. L’oscurità.
L’oscurità questo drappo che ci avvolge,
queste tenebre cieche che nascondono gli uomini e tolgono forma ad ogni
cosa.
Che spengono tutti i colori. Niente si può
distinguere. Non si vede mai chiaro.
I malati e gli interpreti dei sogni tremano sotto
le coperte.
Quando finirà questo tunnel e dove?
In una canzone di questa raccolta si ascolta:
…Ai giorni che arrivano io presto dei visi d’isole…Le notti che passano
tracciano dei segni rossi.
“Delle piste brucianti conducono verso strade
chiare, insanguinate, dove scende la morte scivolando.”
Questa oscurità che sorge improvvisamente
nel mezzo del giorno, schiaccia l’uomo come una roccia.
Canna di bambou, frusta, elettrochoc, tortura
di mezzogiorno, sferzante sul terrazzo. Il momento in cui si giudica
la luce impietosa.
Fin dalla notte dei tempi, la Grecia s’immerse
in questa particolare luce, la riflette: lo stesso paesaggio la espande.
E l’uomo la porta ancora più lontano,
molto lontano nella notte. Dei lumi a olio nel cimitero. Delle lampade
sui tavoli d’albergo.
Camicie bianche degli uomini. Fari. Dei fiammiferi
accesi. Melodie. Canzoni.
Nessuna chiesetta senza la sua fiamma, la fiamma
della rinascita, simbolo della prima luce. La candela del giorno della
nascita, accesa ad ogni anniversario.
Accesa e spenta per ricordare la fragilità
della vita umana. Per ricordarti il caso, che getta la sua sorte
all’artista per non abbandonarlo più… Così, non deve stupire
che a 70 anni Theodorakis componga un suo ciclo di musiche sulle poesie
di “ Poetica”, questi inni severi, rivolti alla luce greca, alla luce di
luglio e della luna, ai riflessi del mare, allo stordimento della morte.
E il poeta Dionisis Karatzas, originario della
città di Patrasso nel Peloponneso, gli ha fornito la materia prima
per mettere in musica il “ Crepuscolare”.
Si potrebbe pensare che nella “Luce vuota” del
nostro secolo, Theodorakis ha avuto fortuna, è diventato una “Star”,
una stella. Un essere umano che ha in se la forza di…”Illuminare” lui stesso.
Essere lui stesso luce. Offrirsi lui stesso.
Quest’uomo con un buco nel cranio, gli occhi
spesso chiusi, incollati di sangue e fatica. Spesso un momento di immobilità.
Sole dall’aura tenebrosa, che fugge al ciclo
del ritorno, annunciando l’Eterno Presente. Poi il rumore di passi cadenzati,
mille talloni che colpiscono il suolo, delle urla, delle immagini, degli
sputi nella sabbia. Delle voci agitate, unite, perse, dei rumori per delle
sinfonie. Armonie e poesia per non perdere la ragione. Versare olio nelle
lampade perché sopravvivano all’oscurità. In questa oscurità,
affermarsi, divorare se stesso in modo da ricrearsi. ESSERE LUCE.
© Ina & Asteris Koutoulas